QUESTA NON È L’AMERICA

Friedman descrive le vicende politiche degli ultimi anni del suo paese, attraverso la storia degli uomini che ne hanno retto le redini, senza disdegnare frequenti incursioni in tempi recenti e contemporanei, con la nonchalance di chi sta riassumendo gli ultimi vent’anni di Beautiful.

D’altronde è lo stesso Trump a piazzare nei punti chiave della sua amministrazione amici di lunga data, e Repubblicani influenti con cui fare ottimi affari, dimostrando al mondo intero che il suo entourage non ha nulla da invidiare al Consiglio di Amministrazione dell’azienda di moda della famiglia di Ridge.

Lo stile distaccato dell’autore riesce ad appassionare al filo del discorso, per poi farci richiudere la bocca aperta in un sorriso, appena riaffiora la consapevolezza di stare a leggere fatti che non sono usciti dalla fantasia di uno scrittore ingegnoso.

Ho faticato un po’ a digerirlo perché, sebbene la scrittura sia scorrevole e certi eventi tanto imbarazzanti da risultare esilaranti, non si tratta certo di una lettura di evasione. I pezzi di maggior respiro, quelli che sfogliando pagina dopo pagina attendevo di ritrovare, sono stati quelli in cui Donald Trump la fa da protagonista.

È incredibile come quando si parla di lui tutto diventi grottesco, ridicolo e frivolo, un one-man-show che sembra vivere il suo mandato alla Casa Bianca in parte come super star di un seguitissimo programma televisivo, in parte come un bel grosso affare da cui trarre considerevoli profitti.

Peccato solo che non stiamo parlando di un personaggio uscito dalla penna dell’autore, ma di un uomo che detiene nelle sue mani il potere e l’abilità per creare guai come non se ne sono mai visti prima d’ora.

Alan Friedman è stato accusato, proprio a causa di quanto contenuto in questo libro, di essere troppo di parte, ovviamente di parte democratica, e quindi critico all’inverosimile contro Trump. È anche per questo motivo che ho deciso di leggere questo libro, dopo che molte voci lo avevano definito un “comunista sfegatato”.

Bene, il lato bello di questo genere di recensioni è anche quello di poter esprimere la propria opinione, e visti gli innumerevoli appigli di conversazione che Trump non perde tempo a fornire al mondo intero per far parlare di sé, mi sento libera di affermare che non è il punto di vista di Friedman ad essere “troppo comunista”, piuttosto si potrebbe affermare che sia l’atteggiamento del signor presidente, a spingere a “diventarlo”.

Un altro aspetto molto affascinante del libro di Friedman è che, descrivendo ciò che ha fatto franare lo splendore di quello che era il sogno americano, si dilunga anche su vicende e personalità che si sono trovate ad incrociare le strade di certi personaggi su cui lui si dilunga. Ragion per cui, se magari alcuni nomi di frequentatori della Casa Bianca possono lasciare indifferenti un pubblico che non approfondisce le dinamiche delle politiche internazionali, abbiamo comunque cibo per i nostri denti quando tira in ballo personaggi del calibro di Bettino Craxi, Giulio Andreotti, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.

Bravo Friedman, ma bisogna riconoscere anche il merito ai “suoi personaggi” per essere riusciti, gaffe a parte, a rendersi tanto interessanti.

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