IL GRANDE GATSBY

Non si può ripetere il passato? Certo che si può!

Il giovane Nick Carraway, voce narrante del romanzo, si trasferisce a New York nell’estate del 1922. Affitta una casa nella prestigiosa e sognante Long Island, brulicante di nuovi ricchi freneticamente impegnati a festeggiarsi a vicenda. Un vicino colpisce Nick in modo particolare: si tratta del misterioso Jay Gatsby, che abita in una casa smisurata e vistosa, riempiendola ogni sabato sera di invitati alle sue stravaganti feste. Eppure vive in una disperata solitudine e in un amore insensato per la cugina di Nick, Daisy… Il mito americano si decompone pagina dopo pagina, mantenendo tutto lo sfavillio di facciata ma mostrando anche il ventre molle della sua fragilità.

 

Non-recensione:

 

Nessuna recensione per quest’opera, sarebbe solo una copia che si andrebbe ad aggiungere a centinaia di altre.

Parliamoci sul serio, questo è Fitzgerald! Che cos’altro sarebbe mai possibile aggiungere, senza scendere sul gradino del “già detto”?

Il Grande Gatsby è un romanzo troppo geniale perché io possa avere il coraggio di dire l’ennesima banalità.

Questo è uno di quei libri che, dopo averli letti, vanno sempre tenuti a portata di mano perché ogni tanto, quando le rozzezze in cui brancoliamo ogni giorno inspessiscono il guscio attorno alla nostra parte più sensibile, fa bene aprirlo, anche a caso, e lasciare che lo stile elegante, evanescente e realisticamente sognante di Fitzgerald, ci dia una bella smussata come farebbe una pedicure.

Certo, il paragone è poco poetico, ma vi assicuro che rende bene l’idea. Ne volete un assaggio?

 

“Era uno di quei rari sorrisi dotati di eterna rassicurazione, che s’incontrano quattro o cinque volte nella vita. 
Fronteggiava – o sembrava fronteggiare – l’intero mondo esteriore per un istante, e poi si concentrava su di te con un irresistibile pregiudizio a tuo favore. Ti capiva fin dove volevi esser capito, credeva in te fin dove ti sarebbe piaciuto credere in te, e ti assicurava di aver ricevuto esattamente l’impressione migliore che speravi di dare.”

 

“Un nuovo mondo, materiale senza essere reale, dove poveri fantasmi che respiravano sogni come aria, vagavano senza meta… come quella figura cinerea, fantastica, che scivolava verso di lui attraverso alberi informi.”

 

“Perché Daisy era giovane e il suo mondo artificiale profumava di orchidee e di piacevoli, felici snobbismi, di orchestre che stabilivano il ritmo dell’anno, riecheggiando la tristezza e la suggestione della vita in nuove melodie.”

 

“I loro sguardi s’incrociarono e stettero a fissarsi l’un l’altra isolandosi…” con poche parole abbiamo l’immagine perfetta della tensione e dell’agitazione che regna nella stanza e tra i due personaggi.

L’autore ci lascia disarmati davanti all’abilità di mostrarci con poche parole, e una prosa scorrevole ma a tratti poetica, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per calarci alla perfezione nella storia.

 

“Poi la baciò. Al tocco delle sue labbra lei sbocciò come un fiore…”

 

“La pioggia cadendo sembrava quasi il mormorio delle loro voci che si alzavano ed ingrossavano seguendo il flusso delle emozioni.”

 

Mi fermo qui, i momenti pieni di poesia di quest’opera sono talmente numerosi che se non la leggeste, vi privereste di un’imperdibile ricerca del sogno perfetto, che rimasta ancorata al passato, non aveva capito non si sarebbe più potuta ripetere.

 

“Era gente sbadata, Tom e Daisy, rompevano cose e persone e poi si ritiravano nei loro soldi e nella loro noncuranza o qualunque cosa fosse che li teneva insieme, e lasciavano che fosser altri a pulire lo sporco che lasciavano…”

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