Cronache di un gatto viaggiatore

Di: Hiro Arikawa

Editore: Garzanti

Genere: Narrativa contemporanea

Data di pubblicazione: 21 settembre 2017

 

TRAMA:

«Una storia dal grande cuore che vi farà innamorare.»
The Bookseller

Un gatto che non si fida di nessuno
Un’amicizia più forte di tutto
Un viaggio speciale attraverso il Giappone 

«Ho guardato in alto verso le spighe di susuki: ancora più su, col sole alle spalle, c’era Satoru che mi ha individuato. Nell’istante stesso in cui i nostri sguardi si sono incrociati, il suo viso teso si è rilassato tutto d’un colpo. E poi anche nello sguardo si è allentata la tensione… Senza dire una parola, Satoru si è inginocchiato a terra e mi ha abbracciato stretto.»

Nana è un gatto randagio che vive di espedienti. Con la sua bizzarra coda a forma di sette, è fiero della sua indipendenza. Ma un giorno ha un incidente. A salvarlo e a prendersi cura di lui è Satoru. Nana all’inizio non si fida di lui, graffia e si ritrae. Non è abituato all’affetto degli uomini. Anche Satoru da tanto tempo non permette a qualcuno di avvicinarsi. Eppure capisce subito come far cambiare idea a Nana: un po’ di cibo, una cuccia calda, qualche coccola furtiva. E tra i due nasce un’amicizia speciale che riempie la loro vita.
Fino al giorno in cui Satoru, dopo aver perso il lavoro, deve trasferirsi e non può più occuparsi di Nana. È allora che i due decidono di fare un viaggio, su una vecchia station wagon color argento, per trovare un nuovo padrone tra le amicizie di Satoru. Tra filari di betulle bianche, peschi e canne di bambù, attraverso un Giappone pieno di colori, profumi e panorami dal fascino infinito, incontrano il migliore amico di Satoru da bambino, la prima donna che ha amato e poi perso e il suo compagno di scorribande delle medie. Ma nessuno di loro può prendersi cura di Nana. Sarà invece quest’ultimo ad arricchire le loro vite ricordando quali sono le cose importanti, quelle che regalano gioia e serenità. E quando il viaggio è quasi alla fine, il gatto e il suo padrone capiscono che non possono fare a meno l’uno dell’altro. E che, qualunque cosa accada, vogliono stare insieme. Nonostante tutto. Nonostante ci sia una verità che Satoru non ha il coraggio di dire a Nana. Eppure non ha più importanza. Perché il loro legame durerà per sempre.

Cronache di un gatto viaggiatore è un caso editoriale che dal Giappone ha raggiunto tutto il mondo. Dopo l’enorme successo in patria, l’eco di questa storia unica è arrivata alle case editrici europee e americane che hanno fatto di tutto per averlo. Un gatto che credeva di non aver bisogno di nessuno. Un ragazzo che ha scelto di stare solo per paura di soffrire. Un viaggio nella magia del Giappone per scoprire che la loro amicizia non potrà mai finire.

 

RECENSIONE: starstarstarstar

Una storia delicata, tanto sensibile che forse in alcuni momenti mi sono domandata perché l’autrice spiattelli senza soffermarsi particolari e ricordi che all’inizio sembrano superflui.

Ma poi, quando il cerchio si chiude, quando le pagine si sfogliano spostando il volume dalla destra alla sinistra, allora capisci che tutti quei piccoli dettagli, quei racconti e il rinvangare di ricordi lontani erano necessari per costruire l’umanità dei personaggi.

Così ho iniziato questo libro piena di buoni propositi, lungo la strada mi sono chiesta se in certi momenti non fosse troppo “giapponese” per un pubblico italiano, strutturato in maniera schematica, narrato senza picchi che trascinino l’interesse con colpi di scena e, soprattutto, con un po’ di risentimento verso il protagonista.

Satoru all’inizio non si è certo guadagnato la mia simpatia, con tutto quel suo viaggiare alla ricerca di vecchi amici a cui affidare il suo gatto mi era sembrato un giovane senza midollo, incapace di rimboccarsi le maniche e affrontare le difficoltà per badare a sé stesso e ad un gatto.

La trama è una matassa ordinata, senza nodi e lineare, che pagina dopo pagina si srotola senza suscitare grandi emozioni ma capace di strappare più di qualche sorriso nei botta e risposta tra Satoru che parla al suo gatto, e Nana che gli risponde in maniera decifrabile solo per noi lettori.

 

Chi l’avrebbe detto che alla fine di questo viaggio avremmo potuto vedere una cosa simile… che io e Satoru avremmo potuto vedere insieme qualcosa per la prima volta nella vita…

 

Poi le pagine di destra si assottigliano e qualcosa cambia, ti rendi conto che con tutto il suo raccontare Hiro Arikawa ha donato un’anima a Satoru, al gatto Nana, e anche a tutti i loro amici. Le tinte della narrazione si accendono, si rompono gli schemi, è lo stesso Nana a dirti che Satoru ha agito in una certa maniera perché…

“…Satoru vi voleva bene. Vi voleva tanto, tanto, tanto bene. Per questo voleva portarsi con sé i vostri sorrisi. Non è una cosa facile da capire?”

Qui più di qualche lacrima ha strabordato.

Non è cosa da poco riuscire a far ciò solo con parole scritte nero su bianco, strappare un sorriso di tanto in tanto è molto più semplice, quindi vuol dire che qualcosa in questa storia ha funzionato e che chi la legge ci cade dentro con tutte le scarpe.

Per un randagio essere abbandonato è una cosa normale, ma Satoru mi ha salvato quando mi sono rotto la zampa. E, nonostante già solo quello fosse un miracolo, diventare addirittura il suo gatto mi ha reso il gatto più felice di tutto il mondo.

Ecco perché, se anche Satoru non potesse più essere il mio padrone, io non perderei nulla.

Avrei semplicemente guadagnato il nome Nana e i cinque anni trascorsi con lui. E queste cose non le avrei assolutamente mai avute se non avessi incontrato Satoru”.

Una storia delicata, tanto sensibile che forse in alcuni momenti mi sono domandata perché l’autrice spiattelli senza soffermarsi particolari e ricordi che all’inizio sembrano superflui.

Ma poi, quando il cerchio si chiude, quando le pagine si sfogliano spostando il volume dalla destra alla sinistra, allora capisci che tutti quei piccoli dettagli, quei racconti e il rinvangare di ricordi lontani erano necessari per costruire l’umanità dei personaggi.

Così ho iniziato questo libro piena di buoni propositi, lungo la strada mi sono chiesta se in certi momenti non fosse troppo “giapponese” per un pubblico italiano, strutturato in maniera schematica, narrato senza picchi che trascinino l’interesse con colpi di scena e, soprattutto, con un po’ di risentimento verso il protagonista.

Satoru all’inizio non si è certo guadagnato la mia simpatia, con tutto quel suo viaggiare alla ricerca di vecchi amici a cui affidare il suo gatto mi era sembrato un giovane senza midollo, incapace di rimboccarsi le maniche e affrontare le difficoltà per badare a sé stesso e ad un gatto.

La trama è una matassa ordinata, senza nodi e lineare, che pagina dopo pagina si srotola senza suscitare grandi emozioni ma capace di strappare più di qualche sorriso nei botta e risposta tra Satoru che parla al suo gatto, e Nana che gli risponde in maniera decifrabile solo per noi lettori.

 

Chi l’avrebbe detto che alla fine di questo viaggio avremmo potuto vedere una cosa simile… che io e Satoru avremmo potuto vedere insieme qualcosa per la prima volta nella vita…

 

Poi le pagine di destra si assottigliano e qualcosa cambia, ti rendi conto che con tutto il suo raccontare Hiro Arikawa ha donato un’anima a Satoru, al gatto Nana, e anche a tutti i loro amici. Le tinte della narrazione si accendono, si rompono gli schemi, è lo stesso Nana a dirti che Satoru ha agito in una certa maniera perché…

“…Satoru vi voleva bene. Vi voleva tanto, tanto, tanto bene. Per questo voleva portarsi con sé i vostri sorrisi. Non è una cosa facile da capire?”

Qui più di qualche lacrima ha strabordato.

Non è cosa da poco riuscire a far ciò solo con parole scritte nero su bianco, strappare un sorriso di tanto in tanto è molto più semplice, quindi vuol dire che qualcosa in questa storia ha funzionato e che chi la legge ci cade dentro con tutte le scarpe.

Per un randagio essere abbandonato è una cosa normale, ma Satoru mi ha salvato quando mi sono rotto la zampa. E, nonostante già solo quello fosse un miracolo, diventare addirittura il suo gatto mi ha reso il gatto più felice di tutto il mondo.

Ecco perché, se anche Satoru non potesse più essere il mio padrone, io non perderei nulla.

Avrei semplicemente guadagnato il nome Nana e i cinque anni trascorsi con lui. E queste cose non le avrei assolutamente mai avute se non avessi incontrato Satoru”.

Una storia delicata, tanto sensibile che forse in alcuni momenti mi sono domandata perché l’autrice spiattelli senza soffermarsi particolari e ricordi che all’inizio sembrano superflui.

Ma poi, quando il cerchio si chiude, quando le pagine si sfogliano spostando il volume dalla destra alla sinistra, allora capisci che tutti quei piccoli dettagli, quei racconti e il rinvangare di ricordi lontani erano necessari per costruire l’umanità dei personaggi.

Così ho iniziato questo libro piena di buoni propositi, lungo la strada mi sono chiesta se in certi momenti non fosse troppo “giapponese” per un pubblico italiano, strutturato in maniera schematica, narrato senza picchi che trascinino l’interesse con colpi di scena e, soprattutto, con un po’ di risentimento verso il protagonista.

Satoru all’inizio non si è certo guadagnato la mia simpatia, con tutto quel suo viaggiare alla ricerca di vecchi amici a cui affidare il suo gatto mi era sembrato un giovane senza midollo, incapace di rimboccarsi le maniche e affrontare le difficoltà per badare a sé stesso e ad un gatto.

La trama è una matassa ordinata, senza nodi e lineare, che pagina dopo pagina si srotola senza suscitare grandi emozioni ma capace di strappare più di qualche sorriso nei botta e risposta tra Satoru che parla al suo gatto, e Nana che gli risponde in maniera decifrabile solo per noi lettori.

 

Chi l’avrebbe detto che alla fine di questo viaggio avremmo potuto vedere una cosa simile… che io e Satoru avremmo potuto vedere insieme qualcosa per la prima volta nella vita…

 

Poi le pagine di destra si assottigliano e qualcosa cambia, ti rendi conto che con tutto il suo raccontare Hiro Arikawa ha donato un’anima a Satoru, al gatto Nana, e anche a tutti i loro amici. Le tinte della narrazione si accendono, si rompono gli schemi, è lo stesso Nana a dirti che Satoru ha agito in una certa maniera perché…

“…Satoru vi voleva bene. Vi voleva tanto, tanto, tanto bene. Per questo voleva portarsi con sé i vostri sorrisi. Non è una cosa facile da capire?”

Qui più di qualche lacrima ha strabordato.

Non è cosa da poco riuscire a far ciò solo con parole scritte nero su bianco, strappare un sorriso di tanto in tanto è molto più semplice, quindi vuol dire che qualcosa in questa storia ha funzionato e che chi la legge ci cade dentro con tutte le scarpe.

Per un randagio essere abbandonato è una cosa normale, ma Satoru mi ha salvato quando mi sono rotto la zampa. E, nonostante già solo quello fosse un miracolo, diventare addirittura il suo gatto mi ha reso il gatto più felice di tutto il mondo.

Ecco perché, se anche Satoru non potesse più essere il mio padrone, io non perderei nulla.

Avrei semplicemente guadagnato il nome Nana e i cinque anni trascorsi con lui. E queste cose non le avrei assolutamente mai avute se non avessi incontrato Satoru”.

 

 

 

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