Il sergente nella neve

IL SERGENTE NELLA NEVE

MARIO RIGONI STERN

 

 

SINOSSI:

Russia, inverno 1942. Il sergente maggiore Mario Rigoni guida una compagnia di mitraglieri degli Alpini nelle operazioni belliche sul fronte orientale. Questo è il racconto della sua vicenda, realmente accaduta, vissuta in prima persona. Alla narrazione della vita di trincea sulla linea del fronte lungo il fiume Don segue quella della ritirata dalla disastrosa spedizione in Russia: il lungo esodo dei soldati sotto il fuoco nemico, attraverso le praterie coperte di neve. È il racconto della sofferenza e dell’orrore di un’esperienza che ha portato quegli uomini al limite delle loro capacità. Pubblicato nel 1953 e subito accolto con grande favore da lettori e critici, questo romanzo è una preziosa testimonianza di uno degli episodi che più rappresentano la memoria italiana della Seconda guerra mondiale.

 

 

RECENSIONE:

Forse a molti di voi sarà capitato di leggerlo ai tempi della scuola, è un libro che di solito Il sergente nella neveviene assegnato come lettura di classe, o individuale durante le vacanze. A me è arrivato per una di quelle vie traverse… per uno di quei casi del destino che ti fanno capire come a volte, certi libri, decidono di doverti proprio finire tra le mani.

Mario Rigoni Stern racconta di guerra e di uomini veri con i suoi occhi, sul fronte russo, e lo fa con una scrittura vera, che ci catapulta subito al suo fianco. Conosciamo i suoi compagni e li vediamo cadere ad uno a uno, con la consapevolezza che non sono solo personaggi ma uomini di cui ci svela le vite, le paure, lo spirito di fratellanza quando capitava di trovare un paesano e, soprattutto, la speranza di tornare a casa.

 “…era salito sull’orlo della trincea a prendere la neve per fare il caffè e vi fu un solo colpo di fucile. Piombò giù nella trincea con un foro in una tempia.”

Ci spalanca le porte del fronte vissuto in prima persona, i lumini fatti nelle scatole di carne con l’olio per ungere le armi e pezzi di lacci per scarpe. Ci racconta di come i piedi si gonfiavano se venivano tolte le scarpe, e come queste diventavano dure quanto pezzi di legno, e allora si fasciavano i piedi con paglia e stracci tenuti insieme da pezzi di fil di ferro e ci si affrettava per seguire il proprio reggimento. Siamo con lui quando camminando si sprofonda nella neve, quando le armi si bloccano a causa del ghiaccio, quando non c’è niente da mangiare, quando per potersi scaldare bisogna sperare di imbattersi in un’isba.

Quasi al termine della ritirata dal fronte russo il battaglione Vestone sembra essere stato sbriciolato dai russi, il sergente Rigoni chiede a chiunque incontra notizie dei suoi compagni; è impossibile non sperare che ce l’abbiano fatta. Ma purtroppo tutti quelli che abbiamo seguito nelle tane, nelle trincee o attorno alle stufe mentre facevano bollire i vestiti da lavare (e i pidocchi), tutti quei ragazzi che abbiamo visto appendere ai pali delle tane le cartoline delle morose o le lettere delle famiglie, ci lasciano ad uno ad uno macchiando la steppa russa con il loro sangue.

“Di nuovo, dunque, si camminava; squadra per squadra, plotone per plotone. Il sonno, la fame, il freddo, la stanchezza, il peso delle armi erano niente e tutto. L’importante era solo camminare. Ed era sempre notte, era neve e solo neve, erano stelle e solo stelle. Guardando le stelle mi accorsi che si cambiava direzione. Ma dove andiamo ora? E sentii che si ritornava a sprofondar nella neve.”  

Un libro che, pur nella gravità del tema trattato, rapisce il lettore pagina dopo pagine. Un libro di una qualità morale che commuove, tutti dovrebbero leggerlo per ricordare perché la pace va protetta.

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