JOYLAND

di STEPHEN KING

  • Copertina rigida: 351 pagine
  • Editore: Sperling & Kupfer (4 giugno 2013)
  • Collana: Pandora

Sinossi:

Estate 1973, Heavens Bay, Carolina del Nord. Devin Jones è uno studente universitario squattrinato e con il cuore a pezzi, perché la sua ragazza lo ha tradito. Per dimenticare lei e guadagnare qualche dollaro, decide di accettare il lavoro in un luna park. Arrivato nel parco divertimenti, viene accolto da un colorito quanto bizzarro gruppo di personaggi: dalla stramba vedova Emmalina Shoplaw, che gli affitta una stanza, ai due coetanei Tom ed Erin, studenti in bolletta come lui e ben presto inseparabili amici; dall’ultranovantenne proprietario del parco al burbero responsabile del Castello del Brivido. Ma Dev scopre anche che il luogo nasconde un terribile segreto: nel Castello, infatti, è rimasto il fantasma di una ragazza uccisa macabramente quattro anni prima. E così, mentre si guadagna il magro stipendio intrattenendo i bambini con il suo costume da mascotte, Devin dovrà anche combattere il male che minaccia Heavens Bay. E difendere la donna della quale nel frattempo si è innamorato.

Recensione:

So che rischio di diventare impopolare con ciò che sto per dire, ma a me le storie di King non piacciono particolarmente. D’altronde non si può piacere a tutti, e la sua abilità di scrittore probabilmente sta anche nel fatto che riesce a catturare anche chi non sarebbe un suo fan accanito.

Ma allora perché mi avrebbe catturata e perché continuo a leggerlo?

Stephen King ha una purezza di scrittura che è ineguagliabile: nei suoi testi non trovo quel briciolo di poesia che altri autori ci regalano dosando piccole dosi (troppo sarebbe sdolcinato e inutile) di cieli scintillanti o nubi color lavanda, non ho quasi mai neppure sottolineato frasi che mi abbiano colpita particolarmente, e quando l’ho fatto, è stato solo perché un personaggio ha detto qualcosa che mi ha fatta ridere.

Lui è minimalista, eppure riesce sempre a farti perfettamente comprendere la situazione. Che sia emotiva, ambientale, estetica, le sue parole sono nel minimo numero necessario a far comprendere ciò che noi lettori dobbiamo sapere.

Della sua scrittura apprezzo molto i dialoghi: se ci fate caso sono raramente preceduti o seguiti da quei piccoli aiuti con cui gli scrittori ci aiutano a comprendere meglio l’umore del personaggio che sta parlando, il suo tono di voce o il suo atteggiamento.

Ad accompagnare i suoi dialoghi troveremo al massimo un “scoppiò a ridere” o un “lanciò un’occhiata in tralice”, ma ricorre a questi trucchetti davvero poco spesso. Il più delle volte i suoi dialoghi sono solo voce dei personaggi, perché King riesce talmente bene a farci conoscere e comprendere la situazione in cui i personaggi agiscono, che non ci servono i soliti “sollevò le sopracciglia” o “disse preoccupato” per farci capire lo stato d’animo di chi parla: noi lettori lo vediamo già.

Io di solito, che amo scrivere, leggo un libro di Stephen King in quei momenti in cui, dopo aver finito un lavoro, mi appresto a revisionarlo: leggere King e la sua essenzialità mi “pulisce” un po’ lo stile, e ho l’impressione che mi influenzi positivamente.

Se proprio devo fare delle critiche a Joyland, sono dettagli su cui si sarebbe anche potuti sorvolare se si fosse trattato di un autore meno famoso; magari da lui, che potrà disporre di una squadra pronta a svolgere tutte le ricerche e a raccogliere il materiale con cui documentarsi prima di scrivere su un certo argomento, non ce lo si sarebbe aspettati.

Ripeto, si tratta di dettagli che non cambiano la mia valutazione dell’opera, ma dal mio punto di vista potrebbero comunque essere errori:

  • Si fa più volte riferimento al fatto che Devin, essendo molto alto, quando si esibisce nei panni della mascotte del Luna Park, deve utilizzare uno dei costumi di taglia più grande: è vero che stiamo parlando di un Luna Park del 1973 e forse all’epoca non c’era attenzione ai dettagli, ma i costumi delle mascotte sono tutti identici, e la selezione del personale che li dovrà indossare viene fatta in base alla fisicità delle persone che si propongono per il ruolo. Insomma, non è il costume che si deve adattare alla persona, ma è la persona a dover avere le giuste misure, specialmente la giusta altezza, per poter indossare quel costume. Questo perché la mascotte è sempre una, anche se i costumi possono essere numerosi come le persone che la interpretano, e non può essere adesso alta 1,80m e allo spettacolo successivo 1,50m.    
  • Per altri aspetti invece ho trovato che King si sia documentato abbastanza approfonditamente sul mondo di parchi divertimento e luna park, anche se c’è un punto in cui ci fa capire che Joyland presta attenzione ai bisogni degli “ospiti con bisogni speciali”. In Italia i parchi di divertimento si stanno interessando agli ospiti con diverse disabilità solo ultimamente, nei parchi europei da qualche anno. Questo non vuol dire che prima chi è portatore di qualche disabilità non ci potesse accedere, ma solo ultimamente i siti web dei parchi si stanno adeguando pubblicando sulle loro pagine delle guide per “ospiti con bisogni speciali” scaricabili, sintomo di una maggiore attenzione. In America sicuramente ci avranno pensato prima di noi, ma mi riesce difficile credere che nel 1973, in quello che non era neppure un parco ma solo un luna park, i dipendenti fossero istruiti a dovere e la struttura organizzasse visite per “quelli che ultimamente vengono definiti bambini con bisogni educativi speciali”. Ma su questo punto alzo le mani, non sono certa che non ci fosse già un’attenzione al riguardo.
  • Devo sindacare qualcosa anche riguardo alla “parlata”… È vero che esiste un gergo, che non è proprio un gergo di settore quanto piuttosto di vita: La parlata.

Non è tipica dei parchi di divertimento ma dei circensi e dei giostrai, categorie di persone in cui il lavoro svolto è familiare e generazionale. Non conosco il gergo dei giostrai ma conosco quello del circo, e in molti casi mi sono sembrati simili se non addirittura coincidenti; sarà perché molti giostrai sono giostrai circensi, e molti circensi hanno sangue sinti. Ragion per cui molti termini della “parlata” utilizzata da King sono inesistenti. I visitatori di un luna park non sono i frollocconi ma sono gaggi, i giostrai sono dritti e così via…  

A chi ribatte che alla fine del libro è presente una nota dell’autore, in cui invita i PURISTI (scritto proprio così in maiuscolo) del variegato mondo dei parchi e delle fiere itineranti a smettere di scrivergli per informarlo che la maggior parte del gergo della parlata utilizzato in Joyland è inesatto, e che Joyland è un’opera di fantasia, rispondo:

  1. Anche un genio come Stephen King non può conoscere tutto di tutto: non è un tuttologo. Il tono della sua precisazione alla fine del libro mi è parso arrogante, dovrebbe imparare ad essere più cordiale con i suoi lettori che fanno di lui un bestseller ad ogni uscita, e, come si è dato pena di aggiungere questa precisazione almeno dopo la ristampa, se non oltre, avrebbe potuto trarre tesoro dalle osservazioni riportategli correggendo i termini errati. D’altronde alcuni termini sono esatti, ci spiega anche di essersi valso della consulenza di un certo sig. Wayne N. Keyser di cui consiglia ai PURISTI di acquistare il Dictionary of Carny, Circus, Sideshow &  Vaudeville Lingo. Benissimo, ma allora, visto che si è dato la pena di ricorrere a delle consulenze affinché certi termini fossero esatti, perché ignorarne altri e concedersi errori tanto grossolani?  
  2. Immagino cosa state pensando e vi assicuro che non sto esagerando: chi non viene dal mondo del circo e degli spettacoli viaggianti non immagina che questo “popolo” abbia davvero una propria parlata e che, quanto tale, non possa essere riportata in maniera errata. Mi sta bene la difesa di King, arroccata su un banale “questa è un’opera di fantasia”, ma allora avrebbe dovuto inventarsi un linguaggio tutto suo, esattamente come in un romanzo si potrebbe dire che in Italia ci sono due lingue ufficiali, l’italiano e l’xyz.
  3. Al contrario nessuno si sognerebbe mai di far parlare due protagonisti francesi in francese, utilizzando al posto delle corrette parole francesi altre parole, sempre francesi, ma con altro significato. Allo stesso modo, non si può far parlare un giostraio con un gergo che non appartiene al linguaggio della tradizione del divertimento viaggiante. Penso abbia fatto un errore che non è riuscito a digerire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...